Manifesto — Milano
Il corpo non è costruito per correre.È costruito per arrivare.
Per due milioni di anni la corsa finiva su qualcosa: del cibo, un posto, qualcuno che aspettava. Adesso finisce su un numero.
Se hai due minuti, leggi solo questo
Il corpo umano è un attrezzo, e ogni attrezzo esiste per qualcosa che non è se stesso. Il nostro è costruito per una cosa sola: coprire distanza, nel caldo, senza fermarsi. Non per correre — per arrivare.
Per due milioni di anni si correva per raggiungere tre cose che stavano tutte fuori da noi: il cibo, il territorio, il gruppo. La corsa era il mezzo. Nessuno, mai, è uscito a fare dieci chilometri per fare dieci chilometri.
Poi abbiamo risolto tutte e tre — ed è la vittoria più grande della nostra specie, nessuno vuole tornare indietro. Ma il corpo è rimasto acceso, senza più niente davanti. E siccome la fatica restava e il motivo era sparito, il motivo se l'è cercato altrove: nel tempo, nel record, nella medaglia, nello screenshot.
Funziona benissimo. Solo che non consegna niente a nessuno — ed è per questo che il lunedì dopo la gara è vuoto.
Non stiamo dicendo di correre di meno, né più lento, né senza orologio. Tabelle, ripetute, gel e cronometro restano. Diciamo solo che ogni tanto ci dovrebbe essere qualcosa dall'altra parte.
Tre cose piccole, una ogni tanto:
arriva da qualche parte invece di fare chilometri;
vai dove non sai cosa c'è, e torna sapendolo;
porta indietro qualcosa a qualcuno.
Non serve fare niente adesso. Ma alla prossima uscita, quando torni, fatti la domanda: cosa ho riportato a casa?
Se la risposta è «niente», va bene. Se è «niente» da tre anni, hai capito perché sei qui.
E se vuoi provare, la più semplice è la seconda: domenica scegli una destinazione invece di un percorso. Un punto che non conosci, la strada la trovi andando. Torni sapendo una cosa che prima non sapevi — che è più di quanto ti dia un tempo.
Il resto di questa pagina spiega perché, con le fonti. Sono quindici minuti e puoi tornarci dopo.
Se preferisci una storia a un argomento, comincia da qui.
Apertura
0 — capitoloLa tesi
Hai due milioni di ghiandole sudoripare e niente pelliccia. Un tendine d'Achille che restituisce energia a ogni passo. Un legamento nucale che ti tiene ferma la testa mentre tutto il resto rimbalza — ce l'hanno i cavalli e i cani, non lo scimpanzé. Glutei enormi, che non servono a stare in piedi ma a non cadere in avanti mentre corri.
Sono specifiche tecniche. E le specifiche di un attrezzo dicono a cosa serviva.
Non serviva a correre. Serviva ad arrivare.
Per duemila secoli quella cosa si è chiamata caccia, e quasi tutto quello che ti viene in mente sentendo questa parola è sbagliato.
Sulla parola caccia
Se pensi al fucile, hai capito il contrario. Non stiamo parlando di sparare a un animale da cinquanta metri: quella è la versione in cui un attrezzo ha tolto tutto lo sforzo e ha lasciato solo il risultato.
La caccia di cui parliamo è quella di un animale senza artigli, senza zanne, senza velocità e senza pelliccia, che aveva una sola arma: non fermarsi mai. Nessun vantaggio, nessuna distanza di sicurezza. Correvi finché uno dei due cedeva, e potevi essere tu.
E quasi mai era un'antilope. Erano tuberi, bacche, un nido d'api a sei chilometri dietro a un uccello che ti ci portava. Non conta cosa insegui: conta che ci sia qualcosa dall'altra parte, e che tu lo debba riportare indietro a qualcuno.
Per due milioni di anni il corpo umano è stato lo strumento con cui si raggiungevano tre cose che stavano tutte fuori da noi: il cibo, il territorio, il gruppo. Tre destinazioni. La corsa era il mezzo — mai il fine. Nessuno, in duemila secoli, è mai uscito a fare dieci chilometri per fare dieci chilometri.
Poi abbiamo risolto le tre destinazioni, una per volta, e ognuna è stata una vittoria vera: il cibo si compra, il pericolo non c'è più, il gruppo sta altrove. Nessuno vuole tornare indietro.
Ma la corsa è rimasta accesa. Un corpo costruito per inseguire, senza più niente davanti. E siccome la fatica restava e il motivo era sparito, il motivo se l'è cercato altrove: nello status. Cioè nell'unico posto dove per due milioni di anni non le era mai stato permesso di andare — e vedremo che non era un caso.
Quindi la domanda di questo manifesto è una sola, ed è più scomoda di quanto sembri:
L'ultima volta che sei uscito a correre, cosa hai riportato a casa?
Non i chilometri: quelli sono la fatica, non il risultato. Cosa hai portato indietro che prima non c'era — per un posto, per qualcuno, per te.
Se la risposta è «niente», va benissimo: capita a tutti, e capita spesso. Ma se la risposta è «niente» da tre anni, stai facendo una cosa che l'essere umano non aveva mai fatto: usare l'attrezzo senza il lavoro. E il corpo, che di questo non sa niente, ti presenta comunque il conto.
Questo non è un invito a correre di meno, né più lento, né senza orologio. È un tentativo di rimettere qualcosa dall'altra parte.
Il corpo non è stato costruito per correre. È stato costruito per arrivare.
Le tre destinazioni
Tutto quello che segue sta su tre punti, e sono i tre posti dove finiva la corsa, prima che cominciasse a finire dentro un'app.
Il cibo. La caloria era altrove e non veniva da sola: andava scavata, inseguita, spaccata, cotta. Il corpo si è costruito attorno a questo lavoro, e il lavoro è sparito per primo.
Il terreno. Sapere dov'eri era l'unico modo di non morire per un errore di percorso. Il territorio non si studiava: si consumava sotto i piedi, e restava dentro di te.
La tribù. Si correva per portare indietro qualcosa a qualcuno che aspettava. Non per diventare qualcuno: per essere utile a qualcuno.
Tre destinazioni, quattro capitoli. Poi il quinto — che non è una destinazione ma il piano di sopra, dove siamo finiti quando gli altri tre si sono svuotati.
Le tre destinazioni
I — destinazioneIl corpo
L'incipit ti ha dato l'elenco delle specifiche. Adesso la parte che conta: quelle specifiche dicono anche tutto quello che il corpo non sa fare.
Un attrezzo si legge al contrario. Guardi com'è fatto e capisci cosa non poteva fare. Un'ascia dice «non taglio fine». Un ago dice «non sollevo pesi». Il corpo umano dice tre no molto netti.
Non sono veloce. Un uomo allenato in scatto viene battuto da qualunque quadrupede di taglia media, e non di poco. Chiunque abbia costruito questo attrezzo non lo ha costruito per prendere qualcosa in fretta.
Non ho armi. Niente artigli, niente zanne, mandibola debole, pelle che si buca con un rovo. Se il piano fosse stato lo scontro, il progetto sarebbe fallito al primo prototipo.
Non ho difese termiche. Siamo l'unico primate nudo. Al freddo siamo ridicoli e ce la caviamo solo barando — fuoco, pelli di altri animali.
Tre debolezze gravi. Poi guardi cosa c'è al posto loro, e si capisce che non erano debolezze: erano il prezzo pagato per una cosa sola.
Un cavallo, un'antilope, un cane: quando corrono forte dissipano calore soprattutto ansimando. Ma un quadrupede al galoppo non può ansimare liberamente: il respiro gli si aggancia alla falcata, un ciclo per passo, per una ragione meccanica — gli organi interni gli funzionano da pistone contro il diaframma (Bramble & Carrier, 1983). Chi galoppa non regola il proprio raffreddamento. Deve fermarsi.
Noi no. Il nostro respiro è sganciato dal passo: puoi respirare due volte per falcata, o una, o cambiarlo a metà salita. E raffreddiamo per evaporazione su tutta la superficie del corpo, con una densità di ghiandole sudoripare che in natura non ha paragoni. La pelle nuda non è un difetto estetico: è il radiatore. Il prezzo del freddo è stato pagato per comprare il caldo.
Da qui il resto del progetto — cioè il resto dell'essere umano — ha senso in blocco. Il tendine d'Achille e l'arco plantare restituiscono energia elastica a ogni appoggio: non servono a camminare, servono solo sopra una certa velocità. Il legamento nucale stabilizza la testa nel rimbalzo: ce l'hanno cani e cavalli, non lo scimpanzé, e compare nel record fossile con Homo erectus. I glutei sono la cosa più assurda che abbiamo: enormi rispetto a qualunque altro primate, e quasi inattivi quando cammini. Si accendono quando corri, e servono a non cadere in avanti. (Bramble & Lieberman, 2004)
Sommato: un attrezzo che non prende niente in fretta, non combatte, non regge il freddo — e che a mezzogiorno, con quaranta gradi, non si ferma.
Questo è il progetto. Non «correre». Durare più a lungo di qualcosa che è più forte di te.
Tieni a mente questa frase: è l'unica cosa che sappiamo fare meglio di qualunque altro animale, e più avanti scopriremo che si può usare anche su cose che non scappano.
Una precisazione
È il punto dove questo argomento viene tirato più di quanto regga. La caccia di persistenza — inseguire un animale al sole finché collassa — è documentata sui San del Kalahari da Louis Liebenberg, che l'ha corsa con loro. Ma è rara, contestata, e alcuni degli episodi meglio raccontati sono ricostruzioni. Non la usiamo come prova storica: la usiamo come immagine, dichiarandolo.
Il fatto solido è più noioso e più forte. L'adattamento c'è, è nelle ossa, ed è di primo livello: un corpo si costruisce così solo se il calore e la distanza erano un problema quotidiano di sopravvivenza. Che poi si finisse per prendere un'antilope, o per raggiungere per primi una carcassa segnalata dagli avvoltoi, o per arrivare a un albero che dava frutto a otto chilometri — che è quello che succedeva quasi sempre — cambia poco. In ogni versione, c'era qualcosa dall'altra parte.
E c'è un secondo fatto, che è quello che rende tutto questo un manifesto e non un capitolo di divulgazione: nelle società che vivono ancora così, nessuno si allena. A un Hadza l'idea di produrre fatica fisica che non serve a niente sembrerebbe uno spreco incomprensibile, tipo bruciare cibo per scaldarsi le mani (Lieberman, 2020). Non perché siano più saggi di noi. Perché la fatica gratuita non gli sarebbe mai venuta in mente: la loro finiva sempre da qualche parte.
Non ti stai allenando per diventare un attrezzo migliore. Sei già l'attrezzo. Mancano le cose che stavano dall'altra parte.
Non siamo costruiti per correre. Siamo costruiti per non fermarci.
II — destinazioneIl cibo
Dove questo manifesto tradisce il proprio nome.
Non esiste una dieta paleolitica. Ne esistevano centinaia: al circolo polare quasi solo grasso animale, ai tropici quasi solo piante. Cambiavano per latitudine, per stagione, per annata. L'unica cosa che avevano in comune è che erano quello che c'era intorno, in quel posto, in quella stagione.
Quindi la «dieta paleo» di oggi — il pacchetto con l'elenco dei cibi vietati, il libro, l'integratore e l'esperto — è un'invenzione recente che ha preso in prestito un nome antico. E si smonta con un fatto solo.
L'alimento preferito in assoluto dagli Hadza è il miele. Non «tollerato»: preferito, in cima a ogni classifica, ogni volta che glielo si chiede (Marlowe, 2014). Il miele è zucchero. Lo prendono seguendo per ore un uccello che li porta agli alveari — un accordo tra due specie che va avanti da molto prima di noi (Isack & Reyer, 1989).
E il resto? Tuberi, bacche, baobab. Piante, in maggioranza. Amido, in quantità. Abbiamo perfino più copie del gene dell'amilasi delle altre scimmie, perché l'amido ci serviva (Perry, 2007). Chi ti dice che i carboidrati sono un errore evolutivo sta parlando di una specie diversa.
Il paleolitico non ha lasciato una lista di cibi vietati. Ha lasciato tre cose.
Uno. Il cibo costava. Ogni caloria andava scavata, inseguita, spaccata, cotta. Nessuno ha mai mangiato duemila calorie stando fermo per venti minuti. Oggi si può, e infatti è l'unica variabile che conta davvero: quando in laboratorio si dà da mangiare a volontà cibo ultraprocessato contro cibo normale, con gli stessi grassi, zuccheri e proteine sul foglio, chi mangia ultraprocessato si prende cinquecento calorie in più al giorno senza accorgersene (Hall, 2019). Non è una questione di ingredienti. È che quel cibo non oppone resistenza.
Due. La fibra. Un Hadza ne mangia quantità che a noi sembrerebbero impossibili da mangiare — stime sul campo parlano di oltre cento grammi al giorno, contro i nostri quindici o venti. È probabilmente la differenza più grande tra la nostra tavola e la loro, ed è l'unica facilmente trasferibile.
Tre — e questa fa male. Il movimento non ti fa dimagrire come credi. Gli Hadza camminano dieci o quindici chilometri al giorno, tutti i giorni, tutta la vita. Herman Pontzer è andato a misurare quanto bruciano, aspettandosi numeri enormi, e ha trovato i nostri. Il corpo non è una calcolatrice: se gli aumenti il lavoro, sposta il bilancio altrove e chiude i conti in pareggio. Loro sono magri perché mangiano diversamente, non perché si muovono di più. (Pontzer, 2012 e 2015)
Attenzione a come si legge questa cosa
Non vuol dire «muoversi non serve». Il movimento è la variabile che decide come stai, come invecchi, quanto reggi, cosa ti succede al cuore e alla testa. Vuol dire una cosa più stretta: non è la leva del peso. Se corri per dimagrire stai usando l'attrezzo giusto per il lavoro sbagliato, e infatti ti sembra che non funzioni.
La corsa non è mai stata il fine: era l'attrezzo. Il fine era un animale, un tubero, un nido d'api a sei chilometri. Non si mangia per correre — si correva per mangiare, e l'abbiamo capovolto.
E questo ci porta alla parte che il mondo della corsa non vuole sentire. C'è un'industria che ti vende cibo speciale — gel, polveri, barrette, elettroliti, integratori, la vaschetta da ottanta euro con la faccia dell'atleta sopra. Quella roba serve, ma serve in gara e nei lunghi lunghi, dove il problema è assorbire zuccheri correndo forte. È un attrezzo tecnico, non un alimento. Nessuno ha mai costruito un corpo da fondista comprando polveri. Chi ti convince del contrario ha capito che la fatica ti rende disposto a pagare.
Il fucile ha tolto l'inseguimento. Poi qualcuno ha capito che si poteva togliere anche la fame, e rivendertela in bustina.
Noi ne portiamo due, di cose. Miele e frutta secca.
Il miele perché è la caloria più concentrata e più desiderata della nostra storia, e perché va guadagnata. La frutta secca perché la spaccavamo con incudini di pietra ottocentomila anni fa — sette specie di noci in un solo sito, sul lago di Hula (Goren-Inbar, 2002). Non perché siano superalimenti. Perché sono le due cose che l'uomo si è sempre portato dietro quando doveva andare lontano, e nessuna delle due ha bisogno di un marchio.
Nessun cibo è vietato qui. Ma se il tuo pasto non ha opposto nessuna resistenza a nessuno, probabilmente non era un pasto: era un rifornimento.
La corsa non è mai stata il fine: era l'attrezzo.
III — destinazioneIl terreno
Un gruppo di raccoglitori conosce a memoria un raggio di dieci o quindici chilometri. Non «più o meno»: a memoria. Dove c'è l'acqua ad agosto, quale albero dà a settembre e quale ha già dato, dove il terreno cede dopo la pioggia, quanto ci vuole a tornare da lì con il buio. Non è un talento romantico. È un archivio, e ci si fa camminandolo per anni e passandoselo tra le persone.
Serviva a una cosa sola: non morire per un errore di percorso. La sicurezza, per un animale che si sposta a piedi, non è un tetto o una porta chiusa. È sapere dove sei.
E non era solo geografia. Nell'archivio c'era chi c'è — quale gruppo passa da lì in questa stagione, con chi si scambiano donne e cibo, con chi non si parla da tre generazioni — e cosa può ucciderti: dove sta il predatore, a che ora, quali sono i cento metri in cui è meglio non trovarsi al tramonto. Sapere dov'eri voleva dire sapere chi c'era intorno. La mappa era anche una mappa di persone.
E si sa in un modo solo: andandoci. Il territorio non si studia, si consuma sotto i piedi. Ogni uscita è un pezzo di mappa che si aggiunge, e la mappa non sta su un supporto — sta in te, e sparisce con te se non la racconti a qualcuno.
Poi è arrivato un attrezzo che ci ha sollevati da questo lavoro, e come tutti gli altri l'ha fatto benissimo.
Il GPS ha tolto la mappa.
Nessuno vuole rinunciarci, ed è giusto così: la traccia ti ha salvato più volte di quante tu ricordi. Ma c'è una differenza tra avere una mappa ed essere una mappa, e si vede il giorno in cui il telefono si spegne. Puoi aver corso mille chilometri su una strada e non sapere dove porta la seconda a sinistra. Hai attraversato un territorio per anni senza mai possederlo: eri un tracciato che passava sopra una cartina, e la cartina era di qualcun altro.
Per questo il tratto che fai sempre conta più di quanto sembri. Quello piatto, senza dislivello, che non fa foto — il canale, l'argine, il parco, il giro di sempre. È la tua pozza d'acqua: sai dove cambia il fondo, dove gira il vento, dove alle sette c'è il sole e dove no, qual è il punto in cui si decide se si allunga o si torna. Non è noia: è l'unica forma di conoscenza di un posto che l'uomo abbia mai avuto, ed è gratis.
La nostra si chiama Martesana, ed è un canale del Cinquecento a Milano. La tua avrà un altro nome.
Ma un archivio che non cresce si atrofizza. Per questo, ogni tanto, bisogna andare dove non si sa cosa c'è.
Non è avventura e non è epica: è manutenzione. Un raggio di dieci chilometri che non si allarga mai smette di essere un territorio e diventa un recinto. E un recinto molto comodo è comunque un recinto.
Sicurezza non vuol dire restare dove è sicuro. Vuol dire tornare da dove non lo era.
E almeno una volta, nella vita di un gruppo, si prende una linea che nessuno ha ancora fatto e la si percorre tutta. Non per il tempo, non per la classifica. Per il fatto che dopo, quella linea, esiste.
La tua sarà da qualche parte a venti chilometri da casa tua, e probabilmente non lo sai ancora.
C'è differenza tra avere una mappa ed essere una mappa.
IV — destinazioneLa tribù
Tra i !Kung del Kalahari esiste un rito che a noi sembra crudele. Quando un cacciatore rientra al campo con un animale, il gruppo lo prende in giro. Ci hai fatto camminare tutto questo per questa carcassa? Pelle e ossa. Se avessimo saputo, restavamo qui. Il cacciatore deve stare al gioco: si sminuisce, dice che non era niente, che è stata fortuna. Non si vanta mai. Nessuno lo ringrazia.
L'antropologo che l'ha documentato — Richard Lee, nel 1969 — ci mise anni a capirlo, e lo capì solo quando glielo spiegarono: quando un ragazzo prende molta carne comincia a credersi un capo, e un capo pieno di orgoglio prima o poi ammazza qualcuno. Quindi si parla male della sua carne. Serve a raffreddargli il cuore e a renderlo gentile. (Lee, 1969)
Non è cattiveria. È un dispositivo di sicurezza, ed è progettato con precisione. La carne va divisa tra tutti, e per dividerla bene bisogna che nessuno se ne prenda il merito. Nel momento in cui chi porta di più diventa qualcuno che conta di più, il gruppo ha smesso di essere un gruppo.
Rileggila, perché è più strana di quanto sembri: quarantamila anni fa esisteva un rito preciso per impedire che portare più cibo diventasse contare di più.
Noi abbiamo costruito l'esatto contrario. Strumenti il cui scopo dichiarato è trasformare la fatica in posizione.
Poi c'è la seconda metà del rito, quella che nessuno racconta perché non fa scandalo. La carne si divide comunque. Chi non è uscito mangia. Chi è vecchio mangia. Chi quel giorno non ha trovato niente mangia lo stesso. Un cacciatore-raccoglitore passa la vita a nutrire persone che non hanno corso con lui, e riceve cibo che non ha procurato — perché domani tocca a un altro, e su vent'anni il conto torna.
Correre serviva a questo. Non a diventare qualcuno: a essere utile a qualcuno.
La carne si porta al campo. Il merito si lascia dov'è caduto l'animale.
La carne è di tutti. Il merito non è di nessuno.
Il contro
V — capitoloLa corsa senza preda
Per due milioni di anni nessuno è uscito a correre per stare in forma. Si camminava perché il cibo era altrove, si correva perché l'animale scappava, si portava un peso perché quel peso andava spostato. Il movimento finiva sempre da qualche parte: una preda, una casa, un gruppo che aspettava.
La caccia era un arco. Parti con fame, insegui, prendi, torni. Si mangia. La fatica aveva un creditore, e non eri tu.
Poi abbiamo tolto la fame — nel senso buono, è il più grande risultato della nostra specie — e ci è rimasto acceso un corpo costruito per inseguire, senza più niente davanti. Quel buco andava riempito, e ci è finito dentro un numero: il tempo, il PB, il dislivello, lo screenshot dell'attività.
Funziona benissimo. Le maratone vanno sold out in quattro ore.
Ma è diventata un cerchio. Ti alleni, arrivi, posti, ti iscrivi. E siccome dentro di te non si sazia niente, riparte.
Ti danno perfino una cosa da portare a casa, così sembra una caccia. Ma la medaglia è l'unica preda al mondo che non nutre nessuno, e lo sai già mentre te la mettono al collo. La prima si tiene. Dalla settima in poi, chiediti chi stai nutrendo.
La cosa più impressionante è quanto sia diventata sofisticata. Piani a sedici settimane, zone, curve di carico, protocolli di nutrizione, punteggi di recupero. Una precisione che nessun cacciatore ha mai avuto — e che non consegna a nessuno. Più diventa preciso, meno si vede che gira a vuoto.
E la tribù è stata sostituita dal pubblico. Sembrano la stessa cosa: gente dall'altra parte. Ma alla tribù portavi qualcosa da mangiare, e ti serviva. Il pubblico non ha fame di quello che porti: ha fame di vederti mentre lo porti. Alla tribù servivi. Al pubblico servi finché sei un contenuto.
La sfida con te stesso
A questo punto c'è un'obiezione, ed è quella seria. Suona così: io non posto niente, non me ne frega niente della classifica, non corro per farmi vedere. Corro per battere me stesso.
È vera, ed è la versione più pulita che esista. Chi la dice non sta mentendo. Ma vale la pena guardarla da vicino, perché è costruita in un modo particolare.
Nell'inseguimento c'era un arco: parti con fame, insegui, prendi, torni, si mangia. La fatica aveva un creditore, e il creditore non eri tu. Qualcun altro riceveva quello che avevi speso, e nel momento in cui lo riceveva il conto era chiuso. Potevi anche non correre per tre giorni.
Nella sfida con te stesso il creditore e il debitore sono la stessa persona. Che è comodissimo — non devi dipendere da nessuno, non devi organizzare niente, non devi aspettare che il gruppo sia pronto — e ha un solo difetto: un conto tra te e te non si chiude mai. Non c'è nessuno che possa dirti basta così, abbiamo mangiato. Batti il record e il record diventa il nuovo pavimento. Arrivi al sub-3 e il sub-3 smette di esistere il giorno dopo, sostituito da un numero più piccolo che adesso è il minimo.
È una scala che si allunga esattamente alla velocità con cui la sali. Non perché tu sia insaziabile: perché a una scala del genere manca il gradino di sopra per costruzione.
E si vede da un sintomo solo, che conoscono tutti: il lunedì. Se davvero la sfida fosse con te stesso e tu l'avessi vinta, il lunedì dopo la gara dovrebbe essere il giorno più pieno dell'anno. Invece è quello vuoto. Non è stanchezza — la stanchezza è piacevole, la conosci. È che hai consegnato la cosa a qualcuno che non aveva fame, e quel qualcuno eri tu.
Non stiamo dicendo di smettere di sfidarti. Stiamo dicendo che è l'unico tipo di fatica che si autoconsuma. Un obiettivo personale è un ottimo carburante e un pessimo indirizzo: ti fa partire benissimo e non ti dice dove stai andando.
Il rimedio non è correre di meno, ed è più banale di quanto sembri: ogni tanto metti qualcun altro nel conto. Uno che aspetta, un posto che non conoscevi, qualcosa da riportare indietro. Non al posto della sfida — sotto, come pavimento.
Sei costruito per durare più a lungo di qualcosa di più forte di te. Il difetto è che se quel qualcosa sei tu, non cede mai nessuno dei due.
Noi non abbiamo niente contro il cronometro. Ma chi non è mai uscito senza sapere che ora fosse non sa cosa sta misurando quando misura.
È rimasta la fatica, ed è sparito quello per cui la facevi. Il meccanismo funziona ancora benissimo. Solo che non arriva più a niente.
Un conto tra te e te non si chiude mai.
Chiusura
Come funziona
Non è un regolamento. Sono quattro riti, uno per ogni cosa che abbiamo perso, più una cosa che si fa da fermi.
Il rito del cibo — si porta qualcosa
Alle uscite lunghe qualcuno porta miele e frutta secca, e non è per sé. Non è un rifornimento tecnico — quello ce l'hai già in tasca, e va benissimo. È l'unico gesto che rimette la corsa nel punto in cui finiva: qualcuno che mangia una cosa che qualcun altro ha portato.
Il rito del terreno — ogni tanto non si sa dove si va
Una destinazione, nessun percorso. Un punto sulla cartina e il modo di arrivarci lo si trova andando. Si sbaglia, si allunga, si trova chiuso e si gira intorno. Non è un allenamento, non ha un ritmo obiettivo: è manutenzione dell'archivio.
Il rito della tribù — si va al passo del più lento
Sempre, non quando è comodo: non per gentilezza, ma perché un gruppo che si spezza ha smesso di essere un gruppo, ed è la prima cosa che protegge. Non c'è una classifica — i tempi contano, e ci alleniamo per migliorarli, ma un tempo è tuo, non è un grado. Chi va più forte non conta di più: vale già la fatica in più, non gli devi anche il rispetto in più. E chi torna con la preda si sminuisce — racconta piccola la cosa più difficile che ha appena fatto, e il gruppo lo prende in giro. Sembra una battuta, ed è la tecnologia sociale più antica che abbiamo per restare un gruppo.
Il rito della misura — ogni tanto si esce senza sapere che ora è
Non contro l'orologio: contro l'idea di non averlo mai tolto. Chi non è mai uscito senza strumenti non sa cosa sta misurando quando misura. Una volta ogni tanto basta. La prima volta è sgradevole, ed è quello il punto. → Com'è correre una maratona intera così
E poi c'è la cosa che si fa da fermi
Un Hadza sta seduto o fermo quanto un impiegato europeo: le stime sul campo parlano di nove, dieci ore al giorno. Non si muovono di più di noi in ogni istante della giornata. Riposano tantissimo.
Ma riposano accovacciati, o inginocchiati, o seduti a terra senza schienale. E in quella posizione l'attività muscolare di gambe e bacino resta accesa a un livello basso ma continuo, mentre su una sedia va praticamente a zero (Raichlen, 2020). Loro non hanno un problema di sedentarietà. Hanno un riposo che lavora.
Quindi il quinto rito è l'unico che non richiede di correre: stai a terra. Accovacciato, mentre aspetti, mentre parli, mentre ti allacci le scarpe. All'inizio non ci arrivi — è normale, è un'articolazione che non usi da vent'anni, non un difetto. Poi ci arrivi.
È anche l'unica cosa in questo manifesto che puoi fare adesso, mentre lo leggi.
Si torna quando si torna
Nessuno di questi riti si fa sempre. Il novanta per cento delle uscite sarà quello che è: un'ora, il giro di sempre, la tabella, il ritmo da tenere, il gel. Va benissimo — ci alleniamo, e ci alleniamo sul serio. Non stiamo chiedendo a nessuno di correre in modo primitivo.
Chiediamo solo che qualche volta ci sia qualcosa dall'altra parte.
Chi si allontana torna. Chi sparisce sei mesi torna. Chi si è infortunato, chi ha avuto un figlio, chi ha avuto una vita addosso e non ha corso per due anni: torna, e non deve niente a nessuno. Non c'è una presenza minima, non c'è una quota, non si viene depennati.
Qui non ci si iscrive. Si torna quando si torna.
Chi corre
Non c'è un requisito di ritmo, di chilometri, di anni.
E non c'è nessuna curiosità su perché hai cominciato. È la domanda che ti fanno tutti — ma tu perché corri? — e qui non te la fa nessuno. Alcuni ci sono arrivati per un obiettivo, altri da un'uscita di emergenza, altri per noia, altri perché un giorno il cane doveva uscire e poi è rimasta l'abitudine. Corrono uguale. Al chilometro quattordici viene fuori quello che deve venire fuori, senza che nessuno l'abbia chiesto — ed è l'unico posto in cui queste cose vengono fuori bene.
Non siamo un percorso e non siamo un sostegno. Siamo gente che corre e che ha delle tabelle. Se ti serve aiuto vero ti serve qualcuno qualificato a darlo, e noi non lo siamo: te lo diremo con la stessa franchezza con cui ti diciamo che sei partito troppo forte.
Quello che c'è è più piccolo, e non è poco. La domenica mattina c'è qualcuno che si aspetta che tu arrivi. Per due milioni di anni è stata questa la funzione.
L'unica cosa che si guarda è se domenica ci sei.
Nessuno ti chiederà perché corri. È la domanda che ti fanno tutti.
Le tre cose
Il fucile ha tolto l'inseguimento. Il GPS ha tolto la mappa. L'orologio ha tolto la misura interna.
Ogni volta abbiamo guadagnato qualcosa di vero, e ogni volta il lavoro che ci hanno tolto era la parte che ci costruiva. Nessuno di quegli attrezzi te la restituisce da solo. Se la vuoi indietro devi riprendertela tu, un pezzo per volta, e per un tratto — non per sempre.
Quindi tutto il manifesto, alla fine, chiede tre cose piccole.
Una volta ogni tanto, arriva da qualche parte — non fare chilometri, raggiungi un posto.
Una volta ogni tanto, non sapere dove sei — e torna sapendolo.
Una volta ogni tanto, porta indietro qualcosa a qualcuno.
Il resto del tempo allenati come ti pare. Tabelle, ritmi, test, gel, gare, orologio al polso e ripetute sul canale. Nessuno qui ha niente contro il cronometro.
Il corpo è l'attrezzo. Manca solo di rimetterci qualcosa dall'altra parte — e non è mai stato più facile di adesso, perché nessuno rischia più di morire provandoci.
Inseguimento, mappa, misura. Uno per volta, si riprendono.